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Puja e Rituali della Tradizione

Puja del Fuoco (Jen Sig)

La preghiera è condotta, al Para Kangtsen,  da Dara Kendhul, un giovanissimo Rimpoche. E’ dedicata  alle anime che vivono ormai solo dell’odore del cibo  e alle quali le numerosissime offerte vengono, quindi, dedicate gettandole tra le fiamme. Le offerte sono molte numerose e per ciascuna di essa c’è un complesso rituale. Dara Kendhul esegue tutte le fasi del rito  di fronte a tutti i monaci del suo Monastero e aiutato da quattro  di loro. Gli aromi dei cibi si mischiano a quello dell’olio usato per aumentare la combustione. Presto le fiamme si sollevano, producendo un forte calore e il fumo avvolge tutti i presenti. La parte delle cerimonia all’aperto termina dopo un paio d’ore, per proseguire, poi all’interno del Tempio.

Prostrazioni

Esistono tanti tipi diversi di prostrazioni, fatte con il corpo fisico, fatte con la parola e fatte con la mente. Le prostrazioni fatte con il corpo fisico sono di vario tipo: c’è quella (completa) fatta con l’intero corpo e quella (breve) in cui si tocca la terra con 5 parti del corpo (mani, ginocchia e fronte). Il numero minimo delle prostrazioni da fare è 3 perchè noi ci inchiniamo al corpo, alla parola e alla mente dell’oggetto delle nostre prostrazioni.

Per fare le prostrazioni bisogna mettere le mani giunte con i pollici all’interno delle mani a simboleggiare un gioiello racchiuso nella scatola simboleggiata dalle mani. Le mani giunte in questo modo vanno avvicinate prima alla sommità della testa, per richiedere a tutti i Buddha di concedere la loro benedizione e la purificazione di tutte le  negatività fisiche. Questo gesto crea le cause per ottenere l’ushniscia (la proturberanza sul capo) di un buddha. E’ facoltativo toccare, con le mani unite, la fronte, per purificare le negatività compiute con il corpo. Poi le mani si pongono all’altezza della gola, per richiedere a tutti i Buddha le benedizioni della parola e la purificazione di tutte le azioni negative compiute con la parola e il linguaggio. Infine con le mani al cuore si richiedono le benedizioni della mente e la purificazione di tutte le negatività della mente. Dopodichè ci si allunga al suolo appoggiandosi con i palmi delle mani a terra, paralleli tra loro, davanti al corpo e la fronte che tocca il pavimento.

Nella versione completa della prostrazione le braccia si allungano al suolo, per tutta la loro lunghezza. Ci si può limitarsi ad alzare le palme delle mani dal suolo, oppure piegare gli avambracci portando le mani giunte dietro la testa. Quindi si riportano le palme delle mani di nuovo la suolo. Per rialzarsi si portano le mani all’altezza delle spalle, ci si inginocchia, si poggiano di nuovo le mani al suolo all’altezza delle ginocchia, si sollevano le ginocchia dal suolo e quindi si torna in piedi. Si pongono le mani giunte sulla cima del capo e si comincia la prostrazione successiva.

Durante le prostrazioni si possono recitare dei mantra. Ad esempio quello di Vajrasattva, il mantra delle cento sillabe, o il mantra delle prostrazioni (NAMO MANJUSRIE NAMO SUSHRIE NAMO UTAM SHRIE SOHA), oppure si può ripetere il mantra della presa di rifugio (NAMO GURUBYE, NAMO BUDDHAYA, NAMO DHARMAYA, NAMO SANGHAYA).