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Tibet: Indipendenza o autonomia dalla Cina?

Il Dalai Lama non cerca il separatismo dalla Cina per il Tibet, ma l’autonomia.

A quasi 60 anni di distanza della rivolta del Popolo Tibetano, conseguente all’occupazione del Paese da parte della repubblica Popolare Cinese – commemorata il 10 marzo di ogni anno col il Tibetan National Uprising Day – il Dalai Lama torna a dire la sua su questo martoriato Paese. E lo fa con un videomessaggio da Washington D.C., in occasione del 30esimo anniversario della International Champaign for Tibet.

Come vedete ammiro sempre lo spirito dell’Unione Europea”, avrebbe esordito il leader spirituale, che guarda a occidente, e per la precisione alla UE, come esempio di indipendenza ma anche di coesione. L’auspicio del Dalai Lama non è infatti che il Tibet diventi tout court una regione autonoma, ma che continui a far parte della Cina in quanto “l’interesse comune è molto più importante dei propri, particolaristici, interessi nazionali”, ribadendo la sua volontà non separatista.

Altra speranza che vive nel cuore del Dalai Lama è quella di tornare in Tibet dopo 59 anni di esilio vissuti in India, a Dharamsala, sede del Governo Tibetano in Esilio, dopo che, a causa dell’occupazione e della rivolta di Lhasa, decine di migliaia di Tibetani furono uccisi, dando inizio a quella diaspora che, tuttora, continua.

Malgrado la sua posizione conciliante nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, il Dalai Lama desta comunque accuse infondate

Intanto la Cina persevera nelle accuse verso il Dalai Lama, considerandolo un “separatista sotto le spoglie di un monaco”. Al punto che la presidenza della Repubblica Popolare Cinese – ad oggi nella persona di Xi Jinping, di recente nominato dittatore “a vita” – continua a interferire con la scelta di ogni altro leader della scena politica internazionale di incontrarlo, sia in eventi ufficiali che a titolo personale. E minacciando ritorsioni verso qualunque Governo o Istituzione si esprima a Suo favore con iniziative diverse (manifestazioni, cittadinanza onoraria, ecc.)

Inoltre dai palazzi del potere di Pechino, Xi Jinping continua a sostenere che il Tibet, da regione povera e arretrata, abbia vissuto sotto il governo cinese una fioritura economica e culturale nel pieno rispetto dei diritti dei tibetani. Dato che non trova alcuna conferma oggettiva, come testimoniato non solo dalle obiettive condizioni dei Tibetani in Patria (detenzione spesso a vita nei Laogai per semplici reati di opinione, aborti forzati, discriminazioni economiche, divieto di usare la propria lingua, religione e cultura, ecc.) ma anche nella scelta di moltissimi di loro di preferire la libertà in Esilio piuttosto che, in Patria, la morte della propria identità. E come è tragicamente confermato dalle centinaia di autoimmolazioni con il fuoco che, con una prima esordio nel 1998 e un secondo nel 2006, hanno avuto una crescita inarrestabile dal 2009 ad oggi, che ha portato ben 172  persone – uomini, donne, adolescenti, laici, monaci – a scegliere questa estrema forma di protesta per segnalare al mondo l’abuso subito con l’occupazione. Scelta drammatica che di certo contribuisce a che altri Tibetani e supporter sostengano una linea più radicale di quella accolta dal Dalai Lama nei confronti del Governo di Pechino, rivendicando il diritto a una Indipendenza piena.

Fonte (solo per le citazioni): economictimes.indiatimes.com