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Coronavirus, scontro media nepalesi e Cina per immagine di Mao Zedong

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Nuovo capitolo giornalistico in tema coronavirus. Le ultime notizie in merito arrivano dal Nepal, e raccontano di uno scontro tra i media locali e ambasciata cinese riguardo a un articolo d’opinione pubblicato su The Kathmandu Post. Uno scritto accompagnato da un’illustrazione che ritrae Mao Zedong con una delle celebri mascherine. “Un’immagine con intenzioni maligne”, si legge nella nota dell’ambasciata. “Una delle idee più potenti che una democrazia sostiene è la libertà di parola”, ha replicato The Kathmandu Post. Ecco cosa sappiamo.

Coronavirus, il motivo dello scontro

La vicenda parte il 18 febbraio 2020, quando The Kathmandu Post pubblica un articolo d’opinione (ripreso anche da The Korea Herald) sul coronavirus. Online non appare, ma nella versione scritta il pezzo è accompagnato da un’illustrazione di Mao Zedong che indossa una delle mascherine divenute ormai famose in queste settimane.

La replica dell’ambasciata cinese in Nepal non si è fatta attendere. Nella lunga nota, si legge che la testata giornalistica “ha pubblicato un articolo che, con un’immagine di intenzioni maligne, ha deliberatamente imbrattato gli sforzi del governo cinese e delle persone che combattono contro la nuova polmonite da coronavirus“. La stessa ambasciata accusa The Kathmandu Post di aver “attaccato brutalmente il sistema politico cinese”.

Nel paragrafo finale, poi, l’ambasciata si dice “fermamente contrari a qualsiasi ulteriore motivo e persino a attacchi maliziosi ai sistemi politici di altri paesi”. E si rivolge anche all’autore dello scritto incriminato: “È deplorevole che Anup Kaphle (ex ambasciatore degli Stati Uniti presso la NATO, ndr), caporedattore di The Kathmandu Post sia sempre stato di parte su questioni legate alla Cina. Questa volta è arrivato al punto di ignorare i fatti e diventare un pappagallo di alcune forze anti-cinesi e, quindi, il suo ulteriore scopo è destinato al fallimento”.

Coronavirus, la replica di The Kathmandu Post

In diversi articoli, The Kathmandu Post si è detta preoccupata per la reazione dell’ambasciata. “Una delle idee più potenti che una democrazia sostiene è la libertà di parola – riporta un pezzo -, che a sua volta sostiene la libertà e la libertà. Le libertà di parola, di opinione e di espressione forniscono una voce ai senza voce e una piattaforma per tutti per difendere le loro opinioni”.

Inoltre, ben 17 redattori hanno realizzato un comunicato stampa per rispondere direttamente alle parole dell’ambasciata: “Rispettiamo il diritto di un individuo o di un’organizzazione di esprimere il proprio disaccordo sui materiali pubblicati nei media. Ma non siamo d’accordo con il disprezzo e le minacce emesse nominando un particolare editore. Condanniamo un simile atto. La costituzione del Nepal ha garantito la piena libertà di stampa e ci impegniamo a esercitarla e proteggerla”. A sottoscrivere questa lettera sono Akhilesh Upadhyay, Ameet Dhakal, Arun Baral, Kiran Nepal, Krishna Jwala Devkota, Gunaraj Luitel, Narayan Wagle, Purna Basnet, Prakash Rimal, Prateek Pradhan, Prashanta Aryal, Basanta Basnet, Rajendra Dahal, Shiva Gaunle, Sudheer Sharma, Subhash Ghimire e Hari Bahadur Thapa.

Freedom Forum: “Preoccupati per questa reazione”

Anche il Freedom Forum, gruppo che sostiene la libertà di parola e dei media, ha espresso forte timore per le dichiarazioni avanzate dall’ambasciata cinese in Nepal. “L’articolo non parla di odio – riporta la nota -. Era solo l’espressione dell’opinione. Poiché il Nepal è un paese democratico, la libertà di espressione e la libertà di stampa sono i diritti garantiti dalla costituzione del Nepal. Pertanto, l’ambasciata cinese che rilascia tale dichiarazione è inaccettabile ed è anche contraria alla nozione di libertà di stampa“.

Coronavirus e giornalismo, il caso del Wall Street Journal

Il diverbio diplomatico tra Cina e media nepalesi arriva dopo il recente caso dei tre reporter del Wall Street Journal, esortati dalla Repubblica Popolare cinese ha lasciare il Paese. Una dinamica che già in passato aveva fatto parlare di sé. Nel dicembre 2018, infatti, in Cina sono registrati 45 arresti nei confronti di altrettanti giornalisti. Il motivo? Aver diffuso notizie riguardanti la libertà religiosa.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante

Foto di The Kathmandu Post