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Esclusiva – Un testimone di Hong Kong: “Zero fiducia a Carrie Lam e Cina”

un testimone di hong kong

Mentre le manifestazioni continuano, la redazione di Aref International Onlus è entrata in contatto con un testimone di Hong Kong che ha voluto raccontarci cosa sta accadendo nell’isola. L’abitante – che ha preferito l’anonimato – dipinge un quadro composto da tensioni sociali e politiche, che portano con sé numerose preoccupazioni.

La prima domanda è d’obbligo: come mai hai deciso di mantenere l’anonimato?

“È in atto un subdolo attentato alla libertà di espressione. Il governo cinese, constatando che i numeri dei dimostranti non diminuisce, ha cominciato a fare pressione su aziende grandi e piccole (si vedano i casi del vettore aereo Cathay Pacific e dell’azienda che gestisce la metropolitana MTR) chiedendo di monitorare le attività degli impiegati. Oltre a questo, chi spesso o saltuariamente deve varcare il confine della Cina rischia sempre di dover rendere conto delle proprie opinioni e dichiarazioni. Quindi, pur amando metterci la faccia, meglio l’anonimato per tutelare anche parenti e amici”.

In Italia si parla principalmente di scontri tra polizia e manifestanti: accade veramente tutto ciò?

“Gli scontri ci sono, è inutile negarlo, ma sono solo una parte della storia. In questi mesi hanno protestato tutti, dagli avvocati ai dipendenti pubblici, dai medici ai piloti, fino agli assistenti di volo. La settimana scorsa c’è stata persino una manifestazione organizzata da famigliari dei membri delle Forze dell’Ordine per chiedere anch’essi una commissione indipendente per giudicare l’operato della polizia (separando così le mele marce da chi ha agito seguendo protocolli).

È proprio la polizia, a mio parere, il principale responsabile dell’inasprirsi degli scontri. Sempre più impaziente, pronta a ricorrere a lacrimogeni, spray al peperoncino e proiettili di gomma per ogni minimo problema, ha perso ogni concetto di contenimento e dialogo. Il chiamare ‘scarafaggi’ o ‘ratti’ manifestanti e giornalisti, deumanizzandoli, denota un nervosismo che può portare presto a conseguenze peggiori. Domenica (25 agosto 2019, ndr) sono spuntate le pistole vere. Questo uso disinvolto di armi deterrenti, anche in quartieri densamente popolati, ha alienato alla polizia le simpatie di larghi strati della popolazione. I cittadini ‘normali’ sono spesso scesi in piazza a sostegno dei frontliners, chiedendo semplicemente alla polizia di smetterla e andarsene dal loro quartiere”.

Nonostante i numerosi weekend di protesta, la vita nella città di Hong Kong procede tranquillamente oppure sta subendo scossoni di vario tipo?

“La vita di tutti i giorni scorre abbastanza normale, spesso frenetica come questa città sa essere. I ristoranti e i centri commerciali sono pieni, forse ci sono meno turisti cinesi (non solo per colpa delle proteste, dobbiamo considerare la debolezza dello Yuan). Detto questo, c’è sicuramente una cappa di angoscia e paranoia, quello che succede nei weekend non può restare solo nei weekend. Diventa argomento di discussione in ufficio, al ristorante, in metropolitana. Ogni giorno che passa è un giorno in meno al 2047”.

La popolazione teme ancora che possa tornare la proposta di legge sull’estradizione?

“La popolazione non si fida di Carrie Lam e, soprattutto, di Pechino. Progetti accantonati ma non morti potrebbero tornare nel giro di qualche tempo. Per esempio, la revisione dell’insegnamento dell’educazione nazionale, secondo parametri più confacenti al governo centrale, aleggia ancora nell’aria, specie dopo che il responsabile per gli affari di Hong Kong e Macao (assieme alla prima, una delle regioni amministrative speciali della Cina, ndr) ha detto che i giovani hongkongini mancano di amor patrio. Nel frattempo, comunque, la Cina ha dimostrato che sul suo territorio può fare quello che vuole. I recenti casi di Simon Cheng e Yang Hengjun ne sono la prova”.

Tra i cittadini di Hong Kong, c’è qualcuno che spalleggia Carrie Lam e la Cina?

“Certamente. C’è una discreta minoranza che li appoggia, come attestano alcune manifestazioni pro governo. Il sentimento pro establishment è più diffuso fra gli anziani e nelle aree rurali ed è legato specialmente a un certo desiderio di stabilità storicamente diffuso nella società dell’isola. Altri serbatoi sono le comunità di immigrati cinesi, come quella del Futian a North Point, oppure gli abitanti di alcuni villaggi vicini alle Triadi, come nell’area di Yuen Long. E poi, gruppi legati a doppio filo con alcuni legislatori pro establishment, come Junius Ho e responsabili di attacchi violenti ai manifestanti”.

L’autorità di Carrie Lam è compromessa?

“Secondo l’ultimo sondaggio, la popolarità di Carrie Lam è scesa al 24% e solo un 17% la voterebbe come CEO (trovo sempre ironico che il capo di un governo si chiami come l’amministratore di un’azienda). Le sue scelte e il fatto che in tre mesi non abbia dato alcuna vera risposta hanno minato la sua credibilità. A mio parere sta perdendo punti anche nei confronti del governo cinese. Comunque finisca lei potrebbe comunque perdere il posto”.

Bisogna dare atto del fatto che Carrie Lam abbia espresso dichiarazioni d’apertura nei confronti dei manifestanti. Come mai la popolazione locale non si fida più della propria governatrice?

“Come detto, non ha mai dato risposte chiare. In realtà lei ha proposto di organizzare incontri con diversi settori della società per mettere le basi per un dialogo programmato. Il problema è che pretende di decidere con chi parlare, piccoli gruppi selezionati a porte chiuse. Insomma, rifugge da ogni confronto in campo aperto. Le sue conferenze stampa sono dei dischi rotti, quando le si pongono domande precise le evade. Un giorno parla di dialogo, poco dopo (a inizio di questa settimana) paventa la possibilità di ricorrere alla legislazione emergenziale usata l’ultima volta nel 1967. Si tratta di una specie di legge marziale mascherata, con il potere di limitare libertà come quelle di stampa e parola, nonché incarcerare persone a tempo indeterminato per motivi legati alla sicurezza della città”.

In diverse occasioni, indirettamente, la Cina ha dimostrato che non avrebbe problemi a intervenire militarmente nell’isola. Serpeggia preoccupazione tra la folla in merito?

“La preoccupazione per un intervento militare è alta, ma è in buona parte alimentata da una paranoia poco razionale. Le smargiassate militaresche della Cina sono fatte, principalmente, per compiacere la loro audience interna. Xi Jinping è consapevole del fatto che un intervento militare annullerebbe i progressi fatti dalla reputazione della Cina negli ultimi anni. Non dico che sia completamente ‘off the table’, ma prima ci sono altre carte da giocarsi, vedasi alla voce della già citata legislazione emergenziale”.

In tal senso, gli abitanti dell’isola sentono l’appoggio degli USA – come dichiarato dall’amministrazione statunitense nei giorni scorsi?

Gran Bretagna e Stati Uniti sono da sempre un punto di riferimento per la popolazione di Hong Kong. Il loro appoggio (trasversale e da parte di tutte le forze politiche) è molto apprezzato. Questo non significa che i tutti i manifestanti vorrebbero che Hong Kong tornasse ad essere una colonia inglese o diventasse un protettorato americano. Si sta cercando principalmente una ‘Hong Kong way’ alla democrazia. Ho visto diverse bandiere americane nei cortei, ma ne ho viste più del doppio di taiwanesi”.

Le tensioni sono palpabili anche online. Facebook, Twitter e Youtube, ad esempio, hanno iniziato una vera e propria campagna di restrizione contro chi diffonde fake news sui contestatori. Sta accadendo esattamente questo?

“Lo sforzo dei social network è lodevole, ma è una battaglia difficile. L’esercito dei troll cinese è numeroso e ben addestrato. Se prima si limitava a usare i social media ‘interni’, adesso usa i più popolari al mondo – con grande padronanza – per diffondere fake news e messaggi di odio. Gli stessi social la cui visione è (o dovrebbe essere) impedita alla maggior parte dei connazionali cinesi.

Ogni discussione è guastata da qualche ‘tigre da tastiera’ che molesta gli altri utenti ricorrendo spesso (come i troll nostrani) anche a insulti sessisti e degradanti. I casi di Swarovski, Givenchy e Versace fanno capire come, nella loro visione delle cose, la regola ‘un paese, due sistemi’ non valga molto. Hong Kong è un mero possedimento cinese. Questa attitudine esce dalla rete e si palesa anche nella società. Molte manifestazioni di solidarietà ad Hong Kong sono state disturbate spesso in maniera violenta da gruppi di nazionalisti cinesi organizzatisi e cementatisi via internet”.

Secondo te, quale sarà l’esito delle contestazioni? Il 2047 sarà rinegoziato con elezioni democratiche oppure si prefigura uno scenario totalmente diverso?

“Domanda molto difficile, per via del numero di fattori in gioco. Nel 1984, anno della ‘Sino-British joint declaration’, si vedevano dei segnali di apertura da parte della Cina. Si pensava che probabilmente nel 2047 la Cina sarebbe stata molto vicina agli standard democratici di un paese occidentale. Oggi si ha una visione diversa, la Cina è in una fase regressiva e si vede fondamentalmente Hong Kong come una democrazia in pericolo costante. Da un altro punto di vista, Hong Kong era vista come un veicolo per attrarre capitali stranieri e porta della Cina continentale, un’interfaccia fra il neoliberismo e l’autoritarismo capitalista cinese. Oggi i capitali stranieri affluiscono ‘in mainland’ quasi senza problemi e Hong Kong sta perdendo anche questo ruolo.

La soluzione più semplice sarebbe dichiarare valido perpetuamente lo schema ‘un paese, due sistemi’ implementando, allo stesso tempo, il suffragio universale per la scelta di CEO e consiglio legislativo. Accompagnando queste misure con un piano edilizio che mitigasse le attuali storture del mercato immobiliare. Così facendo, verrebbero a cadere le maggiori cause di malcontento. Sarebbe un gran colpo di teatro da parte del governo cinese, anche perché la democrazia non deve avere date di scadenza“.

Intervista al testimone di Hong Kong a cura di Angelo Andrea Vegliante