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Via della Seta, preoccupa la proprietà intellettuale: il caso ‘made in Italy’

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La proprietà intellettuale diventa un nuovo argomento centrale all’interno della Nuova Via della Seta. E coinvolge direttamente il made in Italy. Lo rende noto il caso di studio “Belt and Road Initiative and Its Effects on Intellectual Property: The Case of Italy“, scritto da Giacomo Bandini, direttore generale di Competere, e incluso nell’International Property Rights Index 2019.

Cosa c’entra la proprietà intellettuale con la Nuova Via della Seta?

La Belt and Road Initiative, conosciuta anche come la Nuova Via della Seta, è un progetto infrastrutturale, commerciale e finanziario (imponente e globale) della Cina. Numerose sono le perplessità attorno quest’opera, che sta anche creando problemi economici ed ambientalia diversi paesi nel mondo.

Alla base di questa iniziativa, di cui l’Italia è sostenitrice, ci sono, ovviamente, l’esportazione e l’importazione dei prodotti. In questo campo, quindi, è chiamata in causa la determinazione della proprietà intellettuale. Un argomento che ci riguarda molto da vicino, vista l’enorme patrimonio del marchio italiano nei commerci internazionali.

La controversia della proprietà intellettuale

Come scrive Umberto Cucchi su Competere, “l’importanza che la BRI (Belt and Road Initiative) ha sulla proprietà intellettuale (PI) è determinata principalmente dalla presenza di sistemi di proprietà intellettuale efficaci tra la comunità coinvolte”. Un equilibrio attualmente non proprio semplice per l’Italia. L’Europa, infatti, non vede di buon occhio i rapporti tra Roma e Pechino.

“Con lo sviluppo e l’istituzione dell’iniziativa – continua Cucchi -, i paesi hanno giustamente iniziato a chiedersi se le variazioni dei sistemi di PI tra i paesi coinvolti espongano gli investitori a rischi aggiuntivi”. Il dibattito ha un suo fondamento, “poiché l’ottenimento e il mantenimento della proprietà intellettuale comporta rischi, difficoltà e quantità più elevate di controversie”. Sostanzialmente, manca un sistema di proprietà intellettuale che possa regolamentare e difendere i firmatari della Nuova Via della Seta.

La violazione della PI: il made in Italy

Il documento sopracitato prende peculiarmente in esame il made in Italy. La base del ragionamento è la seguente: “la PI contribuisce a garantire il ritorno degli investimenti in termini di innovazione e incide profondamente sulle piccole e medie imprese“. Che sono le fondamenta dell’economia italiana.

Perciò, “la violazione dei diritti di proprietà intellettuale è una preoccupazione significativa”. Di fatto, “può portare a una perdita di attività, reputazione di guadagno e vantaggio competitivo fornendo fonti alternative per prodotti che hanno la possibilità di essere altrimenti identici al prodotto originale”. Sostanzialmente, senza una regolamentazione efficace tra Cina e Italia, si rischia “l’aumento del numero di merci contraffatte“. Un danno non di poco conto per il made in Italy.

Nelle proprie conclusioni, lo studio rincara la dose: sono ancora in pochi a ritenere “che l’iniziativa potrebbe portare a un aumento delle violazioni della proprietà intellettuale“, oltre alle “merci contraffatte spedite in Italia e in Europa dalla Cina – la nazione leader per spedire merci illegali e violare la PI”.

La soluzione?

Perciò, il bandolo della matassa si potrebbe sciogliere con “l’implementazione di efficaci sistemi IP e regolamenti per salvaguardare il marchio ‘Made in Italy’ e l’economia italiana nel suo insieme”. In questo modo, “la BRI potrebbe diventare un grande vantaggio economico per l’Italia”. Anche perché “senza l’esistenza di standard predeterminati e norme per la PI, l’accordo, senza dubbio, causerà gravi effetti negativi alla comunità commerciale internazionale“.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante