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“La seconda guerra fredda”, il libro di Federico Rampini | Recensione

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È uscito a fine ottobre 2019 il nuovo libro di Federico Rampini, “La seconda Guerra fredda. Lo scontro per il nuovo dominio globale,

Questo libro – definito “una guida e un manuale di sopravvivenza nel mondo nuovo che ci attende” – pone, senza alcun dubbio, una serie di quesiti. A partire dalle scelte dell’autore, amato e non, credo, da un pari numero di lettori. E, soprattutto, per le tematiche che tratta. Questionabili, a seconda del punto di vista. Visto che, se così non fosse, non dovremmo porci nemmeno i problemi relativi allo “scontro per il nuovo dominio globale”.

In proposito cito dal risvolto di copertina: “Il mondo è cambiato molto più di quanto gli occidentali si rendano conto. Il tramonto del secolo americano e la possibile transizione al secolo cinese bruciano le tappe. Ci siamo distratti mentre la Cina subiva una metamorfosi sconvolgente: ci ha sorpassati nelle tecnologie più avanzate, punta alla supremazia nell’intelligenza artificiale e nelle innovazioni digitali. È all’avanguardia nella modernità ma rimane un regime autoritario, ancora più duro e nazionalista sotto Xi Jinping. Unendo Confucio e la meritocrazia, teorizza la superiorità del suo modello politico, e la crisi delle liberaldemocrazie sembra darle ragione“.

Un Memorandum questionabile

E noi, dalla nostra Italietta, non possiamo fare a meno di domandarci chi, quando e come verrà stritolato per primo. Del resto, come chi ne è stato oppositore o solo spettatore, anche Federico Rampini ricorda quel 23 Marzo 2019 quando l’Italia, per prima tra i Paesi membri del G7 e delle maggiori nazioni Europee, ha firmato il Memorandum of Understanding. Protocollo intergovernativo che “fissa i principi di una grande intesa tra Roma e Pechino”. Al centro del Memorandum c’è l’ingresso formale dell’Italia nel titanico progetto cinese Belt and Road initiative (BRI), cioè “Cintura e strada”: quello che da noi è più noto col nome di Nuova via della Seta“.

La Nuova Via della Seta, in breve

Per la prima volta menzionato da Xi Jinping nel settembre 2013 e, addirittura, inserito nella Costituzione del proprio Paese. Con i suoi seicorridoi economici“: quello continentale (attraverso il Kazakistan e la Russia meridionale); quello Mongolia-Russia; quello “Cina-Asia (centrale e meridionale)”; quello delle rotte navali verso Vietnam, Singapore e Indonesia; quello prevalentemente navale verso il Myanmar e il Bangladesh; quello da Calcutta al Kenya, al Corno d’Africa e attraverso il canale di Suez fino al Mediterraneo; quello fino al porto di Atene, con possibili diramazioni verso Genova e Trieste. Una “rete” che dà le vertigini. Dove “L’ampiezza degli interventi è tale che è impossibile catalogare tutto: i progetti già realizzati e quelli in gestazione coinvolgono 70 paesi dove abita metà della popolazione mondiale e si concentano il 40 per cento della ricchezza del pianeta e il 75 per cento delle sue risorse energetiche“. Per non parlare dell’arcinoto tema del debito pubblico (con cedimento di sovranità), dei diritti dei lavoratori e dell’impatto ambientale.

Temi di riflessione

Di certo molte delle riflessioni sono inequivocabili e difficili da contrastare: “la cortina di bamboo“; la “potenza revisionista” (potenza che piega, rivedendole, a suo favore le regole del gioco); la censura; la risibile “win win proposition“; la “trappola di Tucidite” (come Atene e Sparta, dove potenze in declino sono rassegnate a fare spazio a quelle in ascesa); la logica del “free rider“; il “soft power“; l’analogia con il “momento Sputnik“; la tattica di “impero su invito” o “egemonia consensuale”; il globalismo “a la carte; la meritocrazia vs. la democrazia; le “tartarughe marine” (ovvero i talenti espatriati che tornano a casa per occupare posizioni apicali); il trucco trompe-l’oeil  della Binhai Library di Tianjin. Giusto per citarne alcuni.

Cui si aggiungono le riflessioni su “Intelligenza Artificiale” (A.I.), “deep learninge “Big Data“; l’assuefazione a essere spiati dal proprio Governo (vedi il “credito sociale” quale sorta di “pagella civica”), la ricerca con orientamento “mission driven” invece che “curiosity driven”; il “reverse engineering”  (ingegneria alla rovescia, un classico dello spionaggio industriale); i tre BAT (Baidu-Alibaba-Tencent); il semimonopolio del carbonato di Litio e il potere delle “terre rare” per 17 delle quai la Cina ha una posizione dominante.

Per non parlare del fatto che le gravi tensioni sul tema dei diritti umani, dei cyber-attacchi e delle mire espansionistiche abbiano troppo  raramente impedito di obbedire alla regola del “business is business“.

Non dimentichiamoci gli aspetti finanziari

Ancora due righe sugli aspetti finanziari che trovano nel testo di Federico Rampini ampio sviluppo. Con alcune riflessioni interessanti, come quella del “circuit breaker” per identificare quei meccanismi di interruzione automatica degli scambi quando le oscillazioni di prezzo eccedono una certa soglia (in analogia agli impianto elettrici “spezzacircuito” o “salvavita”). Meccanismo di cui la RPC ha fatto un uso “davvero abbondante“. Con alcune interessanti riflessioni sulla “opacità della finanza cinese“, sull’ammontare dei debiti nascosti e sull’esistenza di un sistema bancario “ombra” che ben si colloca in assenza di uno Stato di diritto. 

Spazio anche a Hong Kong

Infine le riflessioni sulla situazione – dalle radici alle attuali oceaniche proteste del 2019 – di Hong Kong, definita da Federico Rampini “frammento di Occidente alla deriva” o “identità ibrida/ambigua“, ben espressa dallo slogan “un Paese, due sistemi”. Mentre il nome stesso della Cina che viene fatto coincidere con l’imperatore Qin (pronuncia “cin”) Shi Huang, nel 221 a.C., configura come base fondante il concetto imperativo della prima unità. I riferimenti sono comunque significativi, sia alle premesse della protesta, a partire dal 2003, che al raffronto con la situazione di Macao, Thailandia, Indonesia e Malesia. 

Peccato che in tutto il libro di Federico Rampini vi sia solo qualche accenno a Xi Jinping, nella sua nuova veste di Governatore a vita e sulle differenza tra Governi che devono o non devono “inseguire” il consenso dei propri elettori. Con uno spazio sì alle vicende alterne del padre Xi Zhongxun ma non altrettanto al tema delle “guerre asimmetriche” con dotazione di armamenti “leggeri” ma micidiali, quali sciami di droni e minisommergibili. O di una presa di posizione più doverosa ed esplicita nel bilanciamento tra l’efficacia di un “sistema politico autoritario”  rispetto alle nostre “scassatissime liberaldemocrazie“. 

Considerazioni di sintesi sul libro di Federico Rampini

Per quanto riguarda la lettura complessiva delle pagine di Federico Rampini, posso solo dire che scorrono veloci, significative come un saggio – sebbene non ci siano spunti di novità sulle tematiche trattate – ma veloci come un romanzo. 

E i paragrafi, accattivanti in crescendo ne danno conferma: I) La nuova guerra fredda è già cominciata. II) La meritocrazia batte la democrazia? III) La guerra per la supremazia tecnologica. IV) Le nuove Vie della Seta. V) Fabbrica africana, ritirata occidentale. VI) L’Italia al bivio. VII) Finanza, miti e leggende. VIII) Hong Kong, frammento di Occidente alla deriva.

Il fatto che ci siano diversi tratti un po’ troppo morbidi su alcuni temi dolorosi, o troppo spazio dato ad autori piuttosto questionabili (come Daniel A. Bell), non toglie, comunque, interesse complessivo alla lettura. 

E, almeno alcune frasi suonano di buon auspicio, facendo da contraltare al quesito se “Moriremo tutti Cinesi“: “I sistemi autoritari, per effetto della loro opacità, talvolta riescono a tenere nascosti fino all’ultimo i sintomi precursori di un collasso” … E ancora: “… conservo il mio scetticismo sul sistema autoritario. Forse perché sono condizionato dalla mia cultura occidentale. O forse perché ho visto altri “modelli” sorgere, splendere, sedurre il modo, infine tramontare. Può darsi che il modello Cina sfugga alla regola. Può darsi invece che sia come tutti gli altri: valido per una stagione, non per l’eternità“. 

Peccato la conclusione. Con le ultime righe su uno degli “ingredienti di vittoria” della RPC, cioè la “capacità di sofferenza dei cinesi” che sanno da sempre “anteporre l’interesse collettivo, il bene della comunità ai desideri degli individui“, paragonata allo svanire in Occidente del “senso di un destino comune“. Il che, inevitabilmente, porta ad includere Federico Rampini nel medesimo tratto di cui è giudice, lasciando proprio l’amaro in bocca.

Un augurio

Quindi, tanto per essere chiara sulla mia posizione, mi auguro che resti centrale uno degli alert all’inizio del testo, che l’autore attribuisce ai “massimi esperti americanoi sulla Cina“: “La minaccia che viene da Pechino è molto più seria di quanto l’Occidente abbia compreso: economica e tecnologica, politica e militare, è una sfida egemonica a tutto campo, contro la quale bisogna correre ai ripari“. E che almeno quella profezia menzionata da Federico Rampini sulla durata effimera dei “regimi autoritari” si avveri. In una “stagione” molto breve. Con buona pace del “Made in China 2012”. Come quei temporali estivi che piombano a devastare ma poi soccombono alla potenza della stagione successiva. Di cui ciascuno di noi – escluso nessuno – potrebbe e dovrebbe essere sostenitore. 

Con l’auspicio che si possano abbattere, in un  futuro davvero prossimo, tutte – davvero tutte – le Grandi Muraglie. In tempi non paragonabili a quelli necessari per il muro di Berlino.

Articolo di Marilia Bellaterra

https://blogwatch.tv/2018/06/china-belt-road-initiative/
https://www.beltandroad.news/report_19832742