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Religione, linea dura della Cina: rimosse più di 1200 statue buddhiste

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Statue buddhiste prese di mira dal governo cinese. La denuncia arriva – ancora una volta – da Bitter Winter, che parla di più di 1200 statue buddhiste rimosse dai funzionari cinesi.

Statue buddhiste: cosa sta succedendo?

Secondo l’inchiesta della testata giornalistica, la Cina sta intensificando la campagna contro la libertà religiosa. In particolare, le aree ‘colpite’ sarebbero le province nordorientali del Liaoning e dello Jilin. Nel corso dello scorso anno, infatti, numerose statue buddhiste sarebbero state rimosse. “Nel settembre 2018 – si legge – le autorità di Jinzhou hanno dato ordine al tempio di rimuovere tutte le 800 statue. La loro demolizione è durata un mese ed è costata più di 500mila renminbi (circa 75mila dollari statunitensi). Tutto ciò che rimane del monte degli Arhat, una volta magnifico, sono i basamenti delle statue, ma persino le iscrizioni che vi erano state incise sono state raschiate via”.

La notizia arriva poche settimane dopo un caso analogo e surreale. Nella provincia costiera orientale dello Shandong, una statua buddhista ha subito una restaurazione completa, un lifting così profondo da ottenere una testa di Confucio.

Libertà religiosa negata: la Cina non si ferma

Processi di sinizzazione che, comunque, non sembrano arrestarsi. Di fatto, oltre alla passata bocciatura da parte dell’ONU, la Cina ha raccolto un’altra ‘sentenza’ da parte del Report USCIRF 2019, che indica il governo di Xi Jinping non in grado di garantire la libertà religiosa. Parecchie testimonianze che trapelano dalla nazione, poi, fanno pensare che le autorità locali non siano poi così interessate a difenderla. Ad esempio, in merito alle statue buddhiste, Bitter Winter riporta un’anonima testimonianza: “Il governo centrale desidera liberarsi di ogni credo religioso”. Una sorta di epoca di Mao Zedong bis, quando la libertà religiosa era lontana chilometri anni luce: “tutti i ‘mostri e le divinità'” erano cancellati “e il popolo non poteva credere in nulla”.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante