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Cina: ci sono buone notizie riguardo al leopardo delle nevi, ma predichiamo cautela

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Il leopardo delle nevi è un felino di grossa taglia delle catene montuose dell’Asia centrale. In gergo tecnico, è conosciuto con il nome di Panthera uncia, mentre il suo appellativo ‘fantasma delle montagne’ ne ricalca il carattere elusivo. La vita del ‘grande gatto’ è minata da molteplici condizioni estreme, come il declino delle prede. la caccia illegale in favore della medicina tradizionale e via discorrendo. Una buona notizia era arrivata già nel luglio scorso, durante un meeting tematico svoltosi nella provincia nord-occidentale cinese del Quinghai. Secondo Greenreport.it, i ricercatori dello Xinjiang, del Tibet e dello stesso Qinghai concorderebbero su un dato: in Cina, l’habitat del felino si è ampliato.

Si sta preservando la vita del leopardo delle nevi?

“La popolazione dei leopardi delle nevi nella regione di Sanjiangyuan avrebbe superato i 1.000 esemplari e la zona è diventata uno dei principali habitat degli animali”, come dichiarato da Lyu Zhi, direttore aggiunto del Centro per la Natura e la Società dell’Università di Pechino. Un elemento rimarcato anche da Xing Rui, direttore dell’organizzazione ambientalistica degli animali selvatici dello Xinjiang: “Tra il 2014 e il 2018 sono stati avvistati almeno 60 leopardi delle nevi”. Zongga, direttore aggiunto del dipartimento regionale delle foreste del Tibet, ammette un “miglioramento dell’ambiente” grazie anche alle “interazioni crescenti con gli allevatori e gli agricoltori”. Il che sarebbe una notizia confortante, se questo fatto non fosse stato preceduto dalle ragioni già anticipate connesse a traffici illegali e dilagante superstizione.

Un aiuto concreto sarebbe arrivato dalla Regione autonoma del Tibet, dove sono stati investiti 730 milioni di yuan (109 milioni di dollari) per indennizzare i danni causati dagli animali selvatici. Secondo la versione ufficiale fornita da Zongga, “la maggior parte dei risarcimenti sono stati finanziati dal governo, quel che resta è stato fornito dalle compagnie assicurative. Questa misura protegge gli interessi degli abitanti con l’obiettivo di impedire loro di ferire gli animali che causano dei danni, quali gli orsi, gli yak, i leopardi e i montoni”. In un contesto, comunque, dove bisogna fare i conti con problemi ambientali enormi perpetrati nella stessa Regione, come la deforestazione intensiva, il saccheggio minerario, la dispersione delle scorie nucleari e via discorrendo, che minano l’effettiva qualità della vita di diverse specie in Tibet.

È una specie in via d’estinzione?

aref international onlus-leopardo delle nevi video-immagini leopardo delle nevi-leopardo delle nevi-specie in via d'estinzione-tibet-cina-medicina tradizionaleca-caccia illegaleFino al 2017, l’International Union Conservation of Nature (IUNC) ha inserito il leopardo delle nevi nella categoria “Endangered”, cioè in pericolo d’estinzione. Vi rientrano le specie viventi con una popolazione ridotta negli ultimi 10 anni “del 70% o del 50%, oppure si stima un numero di individui inferiore a 2500 adulti […], oppure la specie vive in un habitat molto ristretto o frammentato”, come riportato da  Nationalgeographic.it. Tuttavia le cose sarebbero cambiate. All’inizio del 2018, l’IUNC ha fatto rientrare l’allarme, definendo il leopardo delle nevi una specie “Vulnerable”, cioè vulnerabile. Si tratta sempre di una situazione critica, ma il cambio di rotta certificherebbe una sorta di cambiamento favorevole nella qualità di vita del felino. Tuttavia, questa decisione comporterebbe a una minore pressione nella difesa della specie in questione, che molti studiosi paventano possibile.

Perciò, si è acceso un complesso dibattito, sollevando numerosi dubbi riguardo i criteri di valutazione dell’Ente. Per Sandro Lovari, ordinario di Biologia della Conservazione presso l’Università di Siena, i parametri “mescolano insieme sia dati solidi basati su osservazioni dirette, sia dati in cui la presenza del leopardo delle nevi è solo presunta”. Sostanzialmente, i sistemi di campionamento “negli ultimi 30 anni sono cambiati e si sono affinati” ed è ipotizzabile la presenza di errori sulle stime, “perché con le fototrappole e il DNA fecale è più facile individuarli e contarli, ma non è affatto detto che le grossolane stime del passato possano essere comparabili a quelle effettuate nell’ultimo decennio”. Insomma, meglio predicare cautela e non cantare vittoria troppo presto, in quanto la protezione di una specie chiama in causa la difesa dell’ambiente, che ancora non è garantita.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante