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Il rilancio dell’Italia potrebbe esser affidato alla Cina, con disappunto dell’Europa

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L’Italia guarda la Cina e dà le spalle all’Europa. Il nuovo governo populista gialloverde continua la marcia verso l’indipendenza concettuale dalla formazione occidentale. E lo fa navigando sempre più verso l’Asia, al fine di creare un’asse Roma-Pechino basato principalmente su termini economici e finanziari.

Cosa sta facendo l’Italia?

Nel settembre 2018, il Ministro dell’Economia Giovanni Tria commentava positivamente la sua visita a Shanghai, la capitale della finanza cinese, con un tweet: “Ci sono importanti possibilità di sviluppo e partenariati“. Dichiarazioni – se così vogliamo definirle – molto discordanti dai precedenti esecutivi, che spesso avevano chiuso le porte a possibili scenari con la Cina.

E invece, ora, il richiamo del Dragone è molto forte. Tant’è che il Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona ha sottolineato quanto un collegamento con la Repubblica popolare cinese – e con la Russia -, possa dare giovamento all’Italia: “Entrambi i paesi hanno una liquidità importante, ma se Mosca è più propensa a utilizzare le sue riserve per contrastare la caduta del rublo, Pechino, come già accade nei momenti più bui della Grecia, non vuole mettersi troppo di traverso tra l’Unione Europea e uno dei paesi più importanti dell’Unione stessa“.

Insomma, la linea generale italiana sembra volersi affacciare alla Cina per tentare di smorzare il debito pubblico. In questo contesto, il paese asiatico è pronto a investire, si parla di una liquidità di circa 320 miliardi di dollari. Ma cosa può offrire l’Italia? I porti per la famosa via della seta (Belt and road initiative, BRI): uno su tutti, quello di Trieste, che garantirebbe un fenomenale accesso tra Italia e Cina. Si parla, però, anche di ferrovie, linee aeree, spazio e cultura.

Il vero nodo è smaltire il debito italiano

Il n. 1278 di Internazionale fa un ampio approfondimento riguardo le influenze cinesi in Europa e, in particolar modo, in Italia. Citando il settimanale Bloomerang, “il governo italiano sta demolendo gli sforzi del precedente esecutivo per limitare gli investimenti strategici e punta a consolidare i rapporti con la Cina, proponendosi per un ruolo nel progetto infrastrutturale globale di Pechino“.

A detta di François Godement, direttore del programma Asia Cina del centro studi European council on foreign relations, “la nuova coalizione di governo italiana sta portando il paese sulla via della bancarotta e spera che Pechino l’aiuti a fare pressione sull’Unione affinché salvi la sua economia“. In questo contesto, sembra emergere però una forma di comunicazione italiana del “ricatto: l’economia italiana è troppo grande per fallire senza provocare enormi danni all’eurozona, quindi la spesa pubblica può essere aumentata. È sempre più chiaro che l’Italia va in cerca di sussidi e salvataggi. Ed è qui che entra in gioco la Cina“.

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Michele Geraci, Sottosegretario allo Sviluppo Economico (fonte: Twitter)

Geraci: nessuna trappola del debito

L’attrazione di Roma verso Pechino viene confermata dalle parole di Michele Geraci, sottosegretario allo sviluppo economico: “Abbiamo 28 diverse economie con 28 interessi diversi“. Idee non proprio eurocentriche che, di fatto, spalancano le porte verso la Cina. Il rischio, però, è di fare la fine di paesi come lo Sri Lanka, incappati nella trappola del debito cinese. “Non dobbiamo preoccuparci della Cina – assicura Geraci -, il nostro debito ce l’ha la Banca centrale europea“.

E l’Europa che ne pensa?

Prima dell’insediamento del governo M5S-Lega, nel 2017, l’Italia, assieme alla Francia e alla Germania, aveva chiesto a Bruxelles di approvare delle norme contro gli investimenti stranieri, “per evitare – come riporta Internazionale – che tecnologie e infrastrutture chiave finissero in mani straniere, soprattutto cinesi“.

Tutto ciò, però, sta per venire meno. Come scrive Lucrezia Poggetti sul sito del Mercator institute for China studies, “a meno di cinque mesi dall’inizio della legislatura il governo ha messo in piedi una task force Cina sotto il ministero dello sviluppo economico e ha annunciato di voler essere il primo paese del G7 a firmare un memorandum d’intesa con la Cina sulla nuova via della seta“. Un’azione che Francia e Germania, ma più in generale l’Europa, percepiscono come una vera e propria ingerenza negli affari europei, risultando spinosa per l’assetto economico interno.

Che ruolo sta giocando la Cina?

Certo, viene da chiedersi se la Cina sia realmente interessata all’Italia. Di fatto, la risposta è sì, in quanto il nuovo ciclo cinese è deputato a esportare il proprio stile economico in tutto il mondo, Europa compresa. Basti pensare che la stampa cinese non ha perso tempo a ribattezzare la crescita economica interna con l’epiteto de “Il cammino di Xi Jinping” (Segretario generale del Partito comunista cinese), riconosciuto come l’unico vero fautore di questo processo.

L’evoluzione della Cina, quindi, prevede anche uno sviluppo esterno, la realizzazione di un progetto geopolitico che veste Pechino con i panni della nuova Superpotenza dominante. In questo modo appare ancora più evidente quanto le preoccupazioni dell’Europa siano concrete. Soprattutto perché la Cina intende acquisire aziende di valore strategico per i paesi europei e il Made in Italy. E questo porterebbe a condizioni estremamente svantaggiose “per il ‘sistema Italia’, sia sotto il profilo economico, sia per quanto riguarda la tutela dei dati informatici, la protezione delle tecnologie, e l’assenza di qualsiasi condizione di reciprocità“, come scrive l’ambasciatore Giulio Terzi su Global Committe For The Rule of Law.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante