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L’espulsione dei pastori tibetani e la rimozione delle recinzioni causeranno danni all’ecosistema locale

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A inizio 2019, l’agenzia stampa Seeker ha realizzato un interessante videoreportage nel quale spiega come l’allontanamento dei pastori tibetani e la distruzione delle recinzioni delle fattorie presenti nella regione ‘autonoma’ porteranno a danni ingenti nel fragile ecosistema del Tibet.

Perché stanno rimuovendo le recinzioni?

Qualche tempo fa, la Cina ha iniziato a tagliare via circa 82 mila piedi di recinzioni presenti nel Tibet, con l’obiettivo di salvaguardare le diverse specie rare esistenti. Tuttavia, il Governo Tibetano in esilio ha replicato duramente a questa posizione, affermando che l’operato della polizia cinese non fa altro che danneggiare un già instabile ecosistema locale.

La diatriba corrente ruota attorno a queste recinzioni che, al momento, coprono un’area di circa 15 mila miglia quadrate nella Qiangtang National Nature Reserve, presente nel nord dell’altopiano tibetano a un’altitudine di circa 13 mila piedi. La riserva è un paradiso sicuro per molti animali, tra cui le 150 mila antilopi, i 10 mila yak e i 50 mila asini. Secondo la Repubblica popolare cinese, la rimozione delle recinzioni miglioreranno le migrazioni della fauna. Wu Xiaomin, ricercatore del Shaanxi Institute of Zoology, spiega che “un gran numero di recinzioni non solo blocca le rotte migratorie degli animali selvatici, ma limiti anche i loro itinerari e limita la gamma di migrazioni. Ciò che è più dannoso, poi, è la frammentazione degli habitat degli animali selvatici, restringendo loro le zone con ampio margine rispetto ai range originali”.

Tuttavia, il taglio delle recinzioni decreterà a un controllo meno focalizzato sulla fauna selvatica presente. In questo modo, si metterà a repentaglio la loro preservazione e protezione, causando a sua volta danni ingenti ai concreti risultati finora ottenuti dai pastori tibetani.

Cosa c’entrano i pastori tibetani?

Il regime cinese sta letteralmente spostando i pastori tibetani dalle loro zone d’origine verso la vicina Lhasa. Questo provocherà un grave problema alla regione, in quanto le tecniche di agricoltura dei nomadi locali hanno aiutato a preservare le praterie del Tibet per centinaia di anni. La rimozione forzata viene accompagnata da un’offerta in denaro nei confronti delle famiglie, somme ingenti rispetto a una vendita veloce del loro bestiame.

Jamyang, Secretary Rungma Township, afferma che l’attuale governo “darà ad ogni famiglia 50 mila yuan se il loro bestiame sarà pronto per il mercato entro un anno, circa 30 mila se sarà pronto in due anni e 20 mila se, invece, sarà pronto in tre anni. Tali benefici sono forniti per implementare il pascolo in modo da restituire le praterie alla natura e agli animali selvatici”. Tuttavia, il problema nasce da questo nodo cruciale: come hanno affermato diverse critiche, tali scelte politiche non aiutano a preservare il sistema ecologico ambientale, ma minano principalmente alla rimozione forzata dei pastori tibetani – chiara violazione dei diritti umani, secondo Human Rights Watch.

Matteo Mecacci, presidente dell’International Campaign for Tibet, ha sottolineato che la Cina “falsamente parla dei suoi sforzi come fossero tesi alla preservazione dell’ambiente tibetano, mentre è chiaro che la più grande minaccia per l’ecosistema locale non si basa certamente sui nomadi tibetani, ma sulle politiche di sviluppo di Pechino”.

A rischio le antilopi tibetane

Tra le varie tipologie di animali a rischio, c’è l’antilope tibetana, conosciuta anche con il nome di Chiru. È classificata come una specie in via di estinzione, visto l’enorme e illegale bracconaggio che ne ha decimato il numero tra gli anni Ottanta e Novanta. La loro soffice lanugine è spesso usata per creare gli shahtoosh e può essere venduta per circa 20 mila yuan (shahtoosh è il nome dato a uno specifico tipo di scialle che ne deriva).

Dopo un enorme sforzo fatto dal WWF e dai nomadi locali per la loro salvaguardia, l’antilope stava fiorendo ancora una volta. Attualmente si contano più di 200 mila esemplari. Ma la situazione potrebbe peggiorare, e no solo per loro. Basti pensare che il Tibet è la casa di 47 riserve naturali, che coprono circa 160 mila miglia quadrate, più di un terzo dell’intera regione. Insomma, in gioco c’è un intero e raro ecosistema.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante