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Cina, stretta al giornalismo internazionale: espulse New York Times, Wall Street Journal e Washigton Post

giornalista americano espulso dalla Cina

In Cina, dopo il caso dei tre giornalisti del Wall Street Journal, si registra un nuovo episodio di restrizione nei confronti del giornalismo internazionale. Negli scorsi giorni, infatti, Pechino ha ordinato l’espulsione di tutti i giornalisti su territorio cinese appartenenti a New York Times, Wall Street Journal e Washington Post. Ad altre due realtà, invece, Time Magazine e Voice of America, il governo locale ha chiesto di fornire informazioni dettagliate sulle loro attività in Cina. Lo riportano Formiche.net e ilPost.

Cina, USA e libertà giornalistica: cosa sappiamo

Il 18 febbraio 2020 la Cina ha notificato ai giornalisti del New York Times, del Wall Street Journal e del Washington Post di “restituire il tesserino di accredito entro 10 giorni” (ilPost). La misura si rivolge principalmente a chi ha accrediti stampa in scadenza quest’anno, e di comunicarlo “entro 4 giorni” al Dipartimento dell’Informazione del ministero degli Esteri.

Si tratta di una scelta strategica, in quanto “i tesserini sono necessari per la validità di visti e permessi di soggiorno” (ilPost). Senza quelli, perciò, i giornalisti dovranno andarsene dalla Cina. Inoltre, i giornalisti americani che stanno per riconsegnare l’accredito stampa non potranno più lavorare neanche a Hong Kong e a Macao.

Cosa c’è dietro la scelta della Cina

Secondo gli esperti, quanto accaduto negli ultimi giorni è un percorso sintomatico iniziato qualche tempo fa con i tre giornalisti del Wall Street Journal. Di fatto, si pensa che la Cina starebbe attuando una scelta di risposta. In particolare, una risposta alla decisione degli Stati Uniti di rafforzare i controlli sulle operazioni dei media statati cinesi del proprio Paese.

Così, il People’s Daily, il China Daily, l’agenzia di stampa Xinhua, la China Global Television Network e la China Radio sono ora considerate ambasciate straniere. E, per questo motivo, tali realtà devono registrare dipendenti e proprietà statunitensi presso il dipartimento di Stato.

Insomma, per il ministro degli Esteri cinese Wang Yi sarebbero delle “contromisure che la Cina è costretta a prendere in risposta all’irragionevole oppressione dei media cinesi negli Stati Uniti”.

Il caso Li Zehua: dietro la diplomazia internazionale

Tuttavia lo scenario diplomatico non si arresta di fronte a dichiarazioni pubbliche. Tra fine di febbraio e inizio del marzo di quest’anno, infatti, il giornalista indipendente Li Zehua è stato arrestato dopo aver documentato cosa stava accadendo a Wuhan, in relazione al nuovo Coronavirus.

In Cina è un nome molto noto: ex anchorman di CCTV, aveva deciso di buttarsi in strada e catturare le immagini della Wuhan sotto Coronavirus. Documentando, anche, “l’azione draconiana delle autorità” trasformata “in vere e proprie violenze sui cittadini” (Formiche.net).

Articolo di Angelo Andrea Vegliante