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Visita “inaspettata” in Tibet del presidente cinese Xi Jinping

Atterrato mercoledì 21 luglio all’aeroporto di Nyangchi (nella foto), località nei pressi della frontiera con lo stato dell’Arunachal Pradesh, il leader cinese è arrivato in treno a Lhasa il giorno successivo. Si è trattato della prima visita nella capitale tibetana dal 2013, anno di inizio della sua presidenza. Xi Jinping aveva visitato il Tibet nel 2011 quando, da vice presidente, aveva incontrato Chen Quanguo, capo del Partito comunista in Tibet e oggi al vertice del Partito nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. In quest’ occasione, aveva commemorato a Lhasa quella che definì “la pacifica liberazione del Tibet” e promesso di combattere le “attività separatiste” legate al Dalai Lama.

Solo dopo due giorni l’agenzia Xinhua ha reso noto che Xi Jinping ha visitato Lhasa e, in particolare il monastero di Drepung, il Barkhor e il palazzo del Potala. I media di stato hanno inoltre fatto sapere che il presidente ha voluto verificare “il lavoro compiuto in campo religioso” e ha incaricato i funzionari provinciali e locali di far sì che i tibetani si identifichino maggiormente con la “grande patria, il popolo cinese, il Partito comunista e il socialismo con caratteristiche cinesi”, uniche vie per realizzare “il ringiovanimento della nazione”. Promettendo che “Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vite felice”.

Mentre la televisione di stato diffondeva le immagini della folla che lo accoglieva festante, indossando costumi tibetani e sventolando bandiere cinesi, fonti tibetane riferivano a Radio Free Asia che agli abitanti di Lhasa erano state imposte limitazioni alla libertà di movimento e che ogni attività era stata chiusa.

La visita in Tibet di Xi Jinping avviene in un momento di forte tensione nelle regioni di frontiera tra India e Cina, in particolare nell’area dell’Arunachal Pradesh che Pechino considera parte del proprio territorio al punto da ribattezzarla col nome di “Tibet meridionale” e di reprimerne la cultura locale favorendo la scolarizzazione in lingua cinese della popolazione locale e cercando di controllare i monasteri. Per l’India si tratta invece di un proprio stato, riconosciuto come tale dal 1986.

Non volendo entrare dettagliatamente nel merito – per quanto sin troppo evidente e noto – esprimo comunque lo sconcerto per questa visita della vergogna. Che ribadisce, qualora ulteriormenete necessario, la strategia al massacro, la sceneggiata patetica della danza, la blasfema esibizione della quanto mai immeritata khata, la verbosa e mendace rappresentazione di una vita che mai più – in presenza della RPC – porà essere “felice” per il Tibete e per la sua gente.

E concludo, condividendola in pieno, con la dichiaraziobe di Sophie Richardson, direttore di Human Rights Watch China: “La visita in Tibet di Xi Jinping è certamente stata una sorpresa. Ma, in verità, la sola persona che avrebbe diritto di camminare liberamente per le strade di Lhasa è Sua Santità il Dalai Lama. E’ irritante vedere Xi Jinping, la persona che più si è adoperata per opprimere i tibetani, aggirarsi impettito per le vie della capitale”.

Fonti: Radio Free Asia – AGI – Times of India –

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