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The Print accusa la Cina di aver costruito 3 nuovi ‘Gulag’ in Tibet

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ThePrint.it ha diffuso una notizia secondo la quale la Cina ha costruito 3 nuovi ‘Gulag’ in Tibet. Il termine nello specifico non viene utilizzato per riferirsi ai campi di repressione messi in atto dall’Unione Sovietica contro i propri oppositori politici, ma ai Laogai, cioè i così detti campi di rieducazione attraverso il lavoro perpetrati dalla Cina contro svariate fasce sociali della popolazione, a cominciare da monaci e dissidenti politici. All’interno dei quali tortura, lavaggio del cervello e traffico di organi sono la prassi. E dai quali, troppo spesso, la persona viene fatta uscire solo per evitare che, dentro al carcere, possa morire.

I 3 nuovi ‘Gulag’ in Tibet: cosa sappiamo

Le immagini diffuse da ThePrint.it mostrano 3 nuovi ‘Gulag’ in Tibet che, presumibilmente, saranno utilizzati come centri di cosìdetta “rieducazione” e per la Sinizzazione degli oppositori politici e religiosi. La denuncia del sito si aggiunge ad altre pervenute nel corso degli ultimi anni riguardanti principalmente il Tibet e lo Xinjiang, dai quali abbiamo spesso avuto notizie di arresti, torture e pratiche correttive. Già nell’agosto 2018, ThePrint.it aveva accusato la Repubblica Popolare cinese di perseguire la costruzione di centri di rieducazione politici per i musulmani, con tanto di prove fotografiche.

Il ruolo di questi 3 nuovi ‘Gulag’ in Tibet è essenzialmente ‘correggere’ le persone secondo le volontà del regime cinese, in modo tale da non avere ingerenze interne e realizzare un pieno regime totalitario. Al centro della questione c’è sempre il Tibet, la cui ideale autonomia viene soppressa in campo religioso, linguistico e culturale.

Credito immagine: Col. Vinayak Bhat (retd.), da ThePrint.it

Il ministro degli Esteri della Cina aveva negato l’esistenza dei ‘Gulag’

Qualche settimana prima della nuova inchiesta di ThePrint.it, il ministro degli Esteri cinese Hau Chunying aveva negato l’esistenza dei centri di rieducazione. In particolare, Hau Chunying ha risposto alle accuse mosse anche dal Washington Post riguardo al riavvio di alcuni centro nello Xinjiang.

“Rappresentano una grave distorsione e un attacco vizioso ai fatti – ha criticato il ministro degli Esteri – e non mostrano alcuna traccia dell’etica professionale della stampa. Non c’è da stupirsi che il leader degli Stati Uniti sia stato critico nei confronti di alcuni media statunitensi”. Oltre all’attacco ai media, il politico cinese ha ribadito che “il sistema di rieducazione attraverso il lavoro è stato abolito in Cina. I programmi di istruzione e formazione professionale nello Xinjiang non possono essere ulteriormente diversi dal cosiddetto lavoro forzato”.

Tuttavia, i dubbi restano. In primo luogo perché ThePrint.it ha diffuso nuove immagini che destrutturano le dichiarazioni di Hau Chunying. Inoltre perché, ogni giorno, dal Tibet e dallo Xinjiang arrivano notizie riguardanti la mancata osservanza dei diritti umani nei confronti delle minoranze etniche e religiose.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante