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Il 10 marzo 2019 ricorre il Tibetan Uprising Day: cos’è e perché è stata istituita questa giornata

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In India, precisamente a Dharamsala, si commemora il Tibetan Uprising Day 2019. L’evento, arrivato alla sua 60esima edizione e previsto – come ogni anno – nella giornata del 10 marzo, afferma a gran voce la richiesta libertà per il Tibet a seguito dell’occupazione della Cina.

Cos’è il Tibetan Uprising Day

Il Tibetan Uprising Day commemora la rivolta tibetana del 10 marzo 1959, quando nella capitale Lhasa la resistenza culminò in una vasta sollevazione. Brutalmente repressa da parte del Governo cinese con azioni militari che portarono a una strage di oltre 87.000 persone, nel solo Tibet Centrale. Sette giorni dopo, l’allora 24enne Dalai Lama Tenzin Gyatso, leader politico e religioso del Tibet, seguito da oltre 80.000 Tibetani, fuggì da Lhasa e il 31 marzo raggiunse l’India. Ad oggi i Tibetani uccisi sono oltre 1.200.000, cioè 1/5 dell’intera popolazione. Negli anni successivi la diaspora è continuata fino a toccare il numero odierno di oltre 150.000 profughi dispersi in tutto il mondo (128.000 stando ai dati ufficiali del 2010), di cui oltre 100.000 in India, Nepal, Bhutan e Sikkim. Mentre circa 6.000.000 di Tibetani vivono ancora in Tibet, cercando di resistere al processo inarrestabile di sinizzazione e al “genocidio per diluizione” in corso.

Perché è importante celebrare il Tibetan Uprising Day

Come documentiamo ogni giorno su Aref International Onlus, la situazione tibetana è tutto fuorché rosea. A livello internazionale, questa regione non è riconosciuta come uno Stato autonomo a tutti gli effetti, ma formalmente fa parte dei confini cinesi dal giorno dell’occupazione militare. L’indipendenza richiesta dalla Central Tibetan Administration in esilio e dalla popolazione locale, insieme alle dichiarazioni continue del Dalai Lama, non fanno altro che aumentare le perplessità sulla condotta della Cina nei confronti del Tibet.

Al di là di ogni altra considerazione sappiamo che il Tibet martoriato dalle svariate politiche cinesi istituite nella regione. A livello ambientale, vi sono continue azioni di sfruttamento del fragile ecosistema locale, che hanno causato danni anche irreversibili, con conseguente inquinamento dell’acqua, dell’aria e de territorio. Oltre poi alle diverse immolazioni dei monaci, c’è l’oppressione violenta da parte dei militari cinesi contro i contestatori del regime e i difensori della cultura tibetana, senza dimenticare le persecuzioni religiose mosse contro gli stessi monaci. Un contesto spesso e volentieri richiamato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha stabilito una serie di violazioni internazionali della Cina in materia di diritti umani. Senza però, tuttavia, prendere provvedimenti in essere.

Dunque, mai come oggi, dopo 60 anni di occupazione del Tibet, il Tibetan Uprising Day del prossimo 10 Marzo serve a rammentare all’opinione pubblica mondiale la grave situazione del Paese, la barbarie del Governo occupante e la necessità – non più dilazionabile – di porre una attenzione mediatica forte su questa reiterata violazione dei diritti umani.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante