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Mulan e Hong Kong: quali sono le polemiche e perché sono così diffuse

boycott mulan a hong kong proteste contro il film della disney

Il cinema è un’ottima cassa di risonanza, anche per questione che sembra lontane anni luce dalla nostra quotidianità. La vicenda che lega il remake in live action “Mulan” e Hong Kong n’è un esempio. Dal 4 settembre 2020, giorno dell’uscita su Disney+ del nuovo lungometraggio targato Walt Disney, online si sono riacutizzate polemiche che, in realtà, erano scoppiate nel 2019 – ancora prima che il film venisse distribuito. Facciamo il punto della situazione.

Mulan e Hong Kong: tensioni che durano da un anno

Ebbene sì, la questione Mulan – Hong Kong non è recente, ma affonda le proprie radici addirittura nel 2019. Come mai? A causa dell’attrice protagonista dell’opera Liu Yifei. Di fatto, la star 33enne della Cina si era già fatta riconoscere lo scorso anno per via di alcune sue (opinabili) dichiarazioni pronunciate in favore della polizia dell’ex colonia britannica.

“Sostengo la polizia di Hong Kong – disse Yifei dal proprio account Weibo -, ora potete picchiare anche me. Che disgrazia per Hong Kong!”. All’epoca, queste parole sopraggiunsero come un fulmine in un cielo già pieno di lampi, visto che la popolazione locale era alle prese con numerose manifestazioni pro-democrazia contro la discusa (poi ritirata) legge sull’estradizione. Da lì nacquero i primi tentavi di appelli a boicottare “Mulan”, che però non trovarono una granitica adesione internazionale.

Mulan e Hong Kong: nasce #BoycottMulan

Sommersa dai fatti di Hong Kong, il movimento di boicottaggio della pellicola si attenuò molto presto, restando però sopito nell’animo dei più. Tant’è che, proprio nel giorno dell’uscita del film, online (ri)nacque un sentimento decisamente più forte: #BoycottMulan è stato l’hashtag coniato e diffuso tra i vari social network che ha raccolto pareri e consensi di molti utenti.

L’iniziativa ha trovato anche alleati importanti anche in altri Paesi. Oltre a Taiwan, in Thailandia c’è stata l’adesione da parte del movimento studentesco pro-democrazia, che localmente combatte contro la legge sulla lesa maestà di re Vajiralongkorn.

Inoltre, ad agosto i militanti del movimento per la democrazia ad Hong Kong hanno eletto come “Our Mulan” Agnes Chow, la 23enne attivista arrestata (poi rilasciata anche se rischia l’ergastolo) qualche tempo fa a causa della nuova legge sulla sicurezza nazionale.

Alcuni tweet su #BoycottMulan

Ovviamente, il centro di diffusione di tale manifesto è Hong Kong. Alcuni attivisti della democrazia, come Joshua Wong (co-fondatore di Demosisto insieme, tra gli altri, a Nathan Law), hanno invitato le persone a non guardare il film proprio a causa delle dichiarazioni di Yifei.

Sulla faccenda è intervenuto anche Nathan Law, il quale ha definito “ipocrita” il mondo di Hollywood che, attraverso i suoi lavori, afferma di “abbracciare la giustizia sociale”.

Tra le altre cose, queste polemiche sono state molto enfatizzate anche a causa di un video divenuto virale nel quale la polizia di Hong Kong colpisce con un manganello e butta a terra una 12enne durante la manifestazione di Mong Kok. Le Forze dell’Ordine si sono giustificate sottolineando che hanno fatto “uso minimo della forza” (Adkronos), mentre il fratello-testimone della ragazza ha invece raccontato che “stava semplicemente camminando quando la polizia all’improvviso è corsa” verso di lei (Adnkronos).

“Mulan”: se la Disney passa oltre al massacro degli uiguri

Oltre a ciò, nelle ultime ore è scoppiata un’altra grave polemica, e stavolta coinvolge direttamente la Walt Disney Pictures. Nei titoli di coda di “Mulan”, infatti, spicca la provincia di Xinjiang come luogo dove sono state girate alcune scene del film.

Come ormai abbiamo imparato a conoscere, lo Xinjiang è una regione tristemente nota per diverse violazioni dei diritti umani, come le campagne di sterilizzazione coatte degli uiguri musulmani e i campi di rieducazione accusati di essere gulag e campi di concentramento.

“Mulan” è ufficialmente una questione internazionale, e ci rammenta che, in certe occasioni, è doveroso prendere posizione contro i regimi autoritari.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante

Fonte immagine di copertina: Twitter