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Guardare il Tibet per difendere Hong Kong: storia di diritti umani negati

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Il Tibet vanta (purtroppo) una lunga storia di diritti umani negati, che nel corso degli anni non le hanno permesso di autodeterminarsi. Un leitmotiv che ancora oggi è ampiamente diffuso, nonostante l’attenzione mediatica sia (giustamente) rivolta ad altre cronache internazionali, come Hong Kong e il Mar Cinese Meridionale. Tuttavia, dal Tibet possiamo comprendere come la Cina muova i propri tentacoli per controllare e contrastare in maniera autoritaria qualsiasi persona o istituzione sia contro di lei.

Dal Tibet a Hong Kong: un filo rosso di repressione e soffocamento

Non è un segreto che, durante le prime manifestazioni di piazza nel 2008, la Cina ha usato un pungo di sangue e ferro contro i tibetani, considerati alla stregue di “separatisti” da parte di Pechino. Un concetto ribadito più volte negli anni dal Partito Comunista Cinese, e anche recentemente dallo stesso Xi Jinping. Come riporta Foreing Policy, il 29 agosto 2020 il segretario generale del PCC ha annunciato piani per “rafforzare l’unità e il socialismo” in Tibet costruendo una “fortezza inespugnabile” per scongiurare una possibile scissione.

Piani che, nella realtà dei fatti, hanno già delle radici solide. Nel 2011, Chen Quanguo si fece notare come nuovo segretario del partito, autorità con la quale trasformò il Tibet in uno stato di polizia, un modello che presto sarebbe stato adottato anche contro gli uiguri musulmani dello Xinjiang. Addirittura, Quanguo ha realizzato un progetto urbano, noto come grid-style social management, grazie al quale la polizia è autorizzata a controllare facilmente la vita dei Tibetani.

Tali modelli non sembrano poi così distanti da quanto sta accadendo nell’ex isola britannica: basta guardare il capitolo dedicato alla “legge sulla sicurezza nazionale“.

Tibet diviso tra legge sull’unità etnica e campi di rieducazione

Intanto, all’interno del Tibet qualcosa accade, anche se oggi ne sentiamo parlare meno a livello mediatico. Lo scorso 11 gennaio, la Cina ha approvato una severa legge sull’unità etnica, che punta a distruggere l’identità nazionale e storica tibetana. La nuova legge si chiama “Regulations on the Establishment of a Model Area for Ethnic Unity and Progress in the Tibet Autonomous Region” ed è entrata in vigore il 1° maggio 2020.

L’obiettivo di questa normativa è sottolineare l’appartenenza del Tibet alla Cina “fin dai tempi antichi” (dato che non sussiste a livello storico, in quanto la Regione subì l’invasione cinese nel 1950). Oltretutto, la nuova legge etnica punta a riconoscere i gruppi etnici come “membri importanti della famiglia cinese”, con lo scopo di combattere il separatismo.

In questo contesto, i campi di rieducazione cinesi sono sempre più sotto l’occhio del ciclone – accusati di essere gulag e/o campi di concentramento-, considerati luoghi dove Pechino deposita le persone etichettate come minacce per l’unità nazionale e la sinizzazione.

Una sinizzazione che passa anche attraverso la lotta ideologica contro lingue diverse da quella imposta da Pechino: ad esempio, la lingua tibetana sta sempre più scomparendo, non solo perché attivisti in tema vengono carcerati, ma anche perché l’insegnamento di una fetta imponente della cultura tibetana non viene autorizzata.

Tibet e Nepal: quell’accordo firmato in segreto

La storia recente ha sottolineato quanto il destino dei Tibetani sia appeso a un filo abbastanza sottile, che può essere spezzato con facilità anche se si risiede fuori la zona d’origine. La scorsa estate, ad esempio, ha tenuto banco la controversa ‘scenata’ internazionale tra Cina e Nepal.

Il governo di Katmandu aveva dapprima rivolto un forte e secco “No” contro l’adozione della legge sull’estradizione (riguardanti i profughi tibetani) a Pechino, salvo poi in segreto firmare l’accordo. Tutto ciò a seguito di una sfuriata devastante da parte di Xi Jinping, che inizialmente aveva tuonato di fare a pezzi i separatisti.

Al di fuori del Tibet: la difesa degli USA

Sul piano internazionale, a scendere in campo in favore della questione tibetana ci sono da gli Stati Uniti d’America, che spesso hanno giocato la carta del Tibet per creare attrito con la Cina.

Negli ultimi 2 anni, ad esempio, il governo Trump si è fatto notare per alcune decisioni politico-amministrative prese in favore del popolo tibetano. Nel 2018 abbiamo appreso dell’esistenza del Tibet Act, documento realizzato per contrastare la consueta esclusione dal Tibet di giornalisti, diplomatici e cittadini statunitensi da parte della Cina. Poi, nel luglio 2020, c’è stato un aggiornamento, con nuove “restrizioni sui visti per il governo della RPC e per i funzionari del Partito comunista cinese”, in particolare ai funzionari “coinvolti nella formulazione o esecuzione di politiche relative all’accesso degli stranieri alle aree tibetane”.

Il discorso potrebbe essere ancora più lungo. Si potrebbe disquisire sulla questione del Panchen Lama oppure raccontare delle numerose auto-immolazioni da parte dei monaci tibetani. Anche solo una di queste storie basterebbe a comprendere che l’espansione politica ed economica di Pechino nasconde numerose insidie.

Articolo di Angelo Andrea Vegliante